Darius Kellner ha sedici anni, vive a Portland ed è mezzo persiano da parte di madre, ma sa più il klingon di Star Trek che il farsi, e conosce meglio le usanze degli Hobbit che quelle persiane. Ora, il suo primo viaggio in Iran sta per rivoluzionargli la vita.
Darius non è esattamente quello che si dice un ragazzo popolare a scuola: farsi accettare per quello che è non è mai stato semplice ed è convinto che in Iran sarà lo stesso. Ma quando abbraccia per la prima volta la nonna e incontra Sohrab, il ragazzo della porta accanto, tutto cambia. I due cominciano a trascorrere insieme le giornate giocando a calcio, mangiando faludeh e parlando per ore su un tetto, il loro posto segreto con vista sulla città di Yazd. Sohrab e la sua famiglia persiana lo chiamano ­Dariush, e lui non si è mai sentito se stesso come in quel momento: per la prima volta nella vita sente che forse, forse, le cose dopotutto potrebbero davvero andare bene per lui…

2021 RHC, Task 14: Leggi un libro realistico YA non ambientato negli USA, nel Regno Unito o in Canada

Comincio questa recensione con una buona notizia: il 16 novembre scorso questo romanzo è arrivato anche in Italia grazie a Rizzoli con il titolo Darius, va tutto bene (forse). Vi consiglio caldamente di leggerlo per almeno due motivi: il primo riguarda il modo in cui viene mostrata la depressione; l’altro per il modo in cui viene raccontata la vita di un ragazzo a cavallo tra due culture, quella statunitense e quella iraniana.

A differenza della maggior parte dei romanzi YA che ho letto, dove la depressione viene diagnosticata alla fine della storia, come soluzione al malessere dellǝ protagonista, in Darius the Great Is Not Okay sappiamo fin da subito che Darius ha la depressione e che il suo punto di vista viene distorto da questa malattia. Khorram quindi descrive la quotidianità di un ragazzo con la depressione e, sebbene non ci siano episodi particolarmente bui, ogni tanto dovevo mettere giù l’ereader e fare una pausa.

L’autore è molto abile nel mostrare come quelle volte in cui persone alle quali vogliamo bene fanno o dicono qualcosa che ci ferisce vengono amplificate dalla depressione, che fa sì che non si riesca a contestualizzarle e che finisce per farcene una colpa: la colpa di essere sbagliatз, rottз e mai abbastanza per nessunǝ. Non è vero, ovviamente – il finale di Darius the Great Is Not Okay è abbastanza illuminante in questo – ma massimo rispetto per chi ha a che fare ogni giorno con la depressione.

Un altro elemento di grande interesse per me è stata la prima visita di Darius nel Paese di origine della madre, l’Iran, al quale sente di non appartenere pienamente perché non ha mai imparato il farsi e perché attraverso le videochiamate non è riuscito a costruire una buona relazione con i nonni materni. Quindi entriamo in Iran con gli occhi di Darius e, sebbene Khorram renda evidente il fatto che non si tratti di uno stato democratico, ho apprezzato molto il fatto che la cultura iraniana e quella statunitense siano sullo stesso piano.

E poi c’è un sacco di tè. Devo assolutamente procacciarmi del genmaicha (il tè verde con riso integrale tostato! Deve essere buonissimo!), mentre Darius mi ha letteralmente spezzato il cuore perché non ama il Pu-erh (sa di terra, che esagerato!).