Copertina di Il barone sanguinario di Vladimir Pozner: riporta una foto in bianco e nero del barone von Ungern-Sternberg, un uomo bianco dagli occhi chiari, seduto su una sedia e male in arnese.

Descrizione: Quando accetta la proposta di Blaise Cendrars di scrivere un libro per la sua col­lana di biografie di avventurieri, e sceglie – in modo apparentemente incongruo per un comunista militante – di occuparsi del barone von Ungern-Sternberg, Vladi­mir Pozner non immagina certo che que­sta volta non gli basterà consultare (come aveva fatto per Tolstoj è morto) una mole immensa di documenti, ma che gli toc­che­rà condurre un’ardua inchie­sta, nel corso della quale imboccherà, per poi ab­ban­donarle, una quantità di false piste e si im­batterà in testimoni più o meno inat­tendibili: dall’ex colonnello di Ungern ridotto a fare il tassista alla coppia di de­crepiti aristocratici parigini che hanno conosciuto il barone in fasce (e che di quel paffuto bebè gli manderanno una foto), sino a «fratello Vahindra», il sedi­cente monaco buddhista che spaccia per il figlio segreto dello stesso Ungern il pal­lido adolescente dai tratti asia­tici con il quale vive in una squallida mansarda… A poco a poco, però, il narratore rie­sce ad afferrare il suo eroe, e ce ne svela gli a­spetti più inquietanti e contraddittori (nonché am­biguamente seducenti): soli­tario, taci­turno, impreve­dibile, irascibile, sadico, paranoide, ferocemente antisemi­ta, super­stizioso, misogino, frugale, ideali­sta, marziale, il barone Ungern ha tenden­ze mistiche, si considera erede di Gengis Khan e si crede investito di una missione provvidenziale – quella di riconquistare l’Occidente partendo dal cuo­re della Mon­golia. Solo uno scrittore fuori dal comune come Pozner poteva ricomporre il puzzle di una personalità tanto complessa, e segui­re il barone sanguinario nella sua folle ca­valcata dal Golfo di Finlandia al de­serto del Gobi, fino al suo tragico epilogo, in una ricostruzione storica che è insieme un singolarissimo romanzo di avventure.

Divisore

Il barone sanguinario racconta in forma di romanzo la storia del barone von Ungern-Sternberg, nobile russo che fu uno dei capi dell’Armata Bianca che si oppose all’Armata Rossa nella guerra civile che seguì la Rivoluzione d’ottobre del 1917.

Ma com’è che Pozner – antifascista, comunista ed ebreo – decide di scrivere proprio di Ungern, un tizio che, se lo avesse incontrato, non avrebbe esitato a ucciderlo con la massima crudeltà di cui era capace? Perché la storia di Ungern ci può dire qualcosa del presente – qualcosa del presente di Pozner e anche del nostro.

Già prima della Rivoluzione d’ottobre, la concezione del mondo di Ungern era anacronistica: il suo assoluto disprezzo per la massa andava a braccetto con i sogni di gloria da conquistare sul campo di battaglia; era uno che andava molto fiero del fatto che ogni epoca avesse avuto il suo Ungern a combattere per i sovrani del tempo. Ma il barone non si fa vanto tanto del fatto che la sua famiglia abbia servito re illustri, quanto di aver combattuto e aver sparso sangue per se stessa, per il proprio casato e per l’orgoglio di aver fatto parte dei forti, dei potenti, di quelli che danno ordini e non ne ricevono da nessuno.

Con la Rivoluzione d’ottobre, il mondo di Ungern va definitivamente in pezzi: per lui è la fine della civiltà, il dover essere comandato dalla massa, da gente che non ha mai avuto servitori e che non può assolutamente pretendere di sapere come governare un Paese intero. Il suo disprezzo per tutte le classi non nobili evolve in un odio viscerale per ebrei e bolscevichi, colpevoli a suo dire di aver corrotto l’Europa, e di conseguenza la Russia che all’Europa si ispira, con il progresso che non è altro che imbelle mollezza persa dietro a leggi sociali, sindacati e parlamenti. Immagino che siano deliri che vi ricordano qualcosa.

Disgustato quindi dalla piega che sta prendendo la Russia, volge la sua attenzione a oriente e si convince della purezza delle popolazioni asiatiche, non ancora contaminate dalla corruzione europea e bolscevica. Con quest’idea, parte alla volta della Mongolia, determinato a farne il punto di partenza di un’utopia reazionaria che prevede di creare un esercito di uomini che sanno combattere e obbedire e morire in una cavalcata selvaggia alla riconquista dell’Europa, per spazzare via i sudici operai, questi ebrei che si sono inventati la rivoluzione per vendicarsi, queste donne che ovunque, per strada, fanno la posta agli uomini e tutto il progresso che per Ungern ha portato alla rivoluzione, all’anarchia.

L’utopia di Ungern non si realizzerà, ma lascerà morte centinaia di persone, colpevoli di essere comuniste, ebree o semplicemente di aver infastidito il Barone Sanguinario, che si è guadagnato questo nome grazie al suo impegno nell’uccidere nel modo più disumano e doloroso possibile le sue vittime: Pozner non indulge in descrizioni, ma basta quel poco per far rivoltare lo stomaco.

È un libro che consiglierei caldamente di leggere perché nel lucido delirio di Ungern c’è la fascinazione, portata all’estremo, per il passato dorato, per le tradizioni ormai anacronistiche, per un misticismo che scade nella magia e nell’astrologia da ciarlatanə: tutto questo ha finito per scollegarlo dalla realtà più di quanto già non fosse, portandolo a diventare un agente di quel caos distruttivo che pensava di dover distruggere neə altrə.

Divisore
Valutazione del libro: cinque stelline gialle

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