
Descrizione: Il corpo di una scrittrice, in apparenza integro eppure danneggiato, diventa lo specchio della fragilità umana e insieme della nostra inarrestabile pulsione di vita. Francesca Mannocchi guarda il mondo attraverso la lente della malattia per rivelare, con una voce letteraria nuda, luminosa, incandescente, tutto ciò che è inconfessabile.

L’unica cosa a cui riesco a pensare una volta finito questo libro è: vorrei abbracciare Francesca Mannocchi. Sì, nonostante la parte prosaica del mio cervello se la immagini respingermi mentre mi dice Ma cosa vuoi? Ma chi ti conosce? Pussa via!, vorrei abbracciarla. Non per consolarla o confortarla, ma per ringraziarla di aver condiviso la sua vulnerabilità e per scambiare con le calore umano.
Bianco è il colore del danno è uno di quei libri che sento di aver ascoltato anche se in realtà l’ho letto, una sensazione acuita dal fatto che è un libro così irsuto e poco accomodante da rendere difficile fare altro se non stare lì ferma, a prestare attenzione al racconto di una malattia che da personale si fa familiare, da fisica si fa psicologica, da individuale si fa collettiva.
Mannocchi non vuole la consolazione vuota deə sanə, non vuole la pillola indorata, i giri di parole e gli eufemismi e non è quello che offre nel suo racconto. Sua nonna Rita la chiamava forastica, forastica come i gatti: dalle mie parti si direbbe sarvatica, con grande enfasi sulla “r”, per sottolineare con la vibrazione delle corde vocali che sei proprio una persona allergica alla socialità e alle convenzioni sociali.
E questa allergia non dipende da un rifiuto delle persone – non tutte, almeno – ma più da un rigetto della menzogna: dico così e faccio cosà perché la verità sta male. È maleducata. È sporca.
Il punto è che quando la malattia ti tocca e ci va giù pesante hai ancora meno voglia di mantenere le apparenze e rassicurare ə sanə: vorresti che comprensione e gentilezza fossero rivolte a te anche se sei forastica e sarvatica. Anche se non lo chiedi esplicitamente. Anche se la verità è ruvida e indicibile.
Non è un libro che consiglierei a cuor leggero: a seconda del vostro grado di sensibilità potrebbe essere una lettura troppo intensa – la gran parte delle recensioni negative che ho letto si lamentavano proprio del fatto che contenga troppo dolore – ma io amo i memoir dove il nocciolo fragile e vulnerabile della nostra umanità viene messo a nudo e la penna di Mannocchi è particolarmente abile nel raccontare quello che la nostra società ama nascondere sotto al tappeto.




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