Sette è il numero di bambini e adolescenti che, di media, ogni giorno perdono la vita negli Stati Uniti per un colpo di arma da fuoco. Una cifra che non ha pari in nessun’altra nazione. Gary Younge ha scelto una data a caso, il 23 novembre 2013, per scoprire a quanti ragazzi quel giorno è toccata una simile sorte: dieci, tra Est, Ovest e la grande campagna americana. Ha cercato chi li conosceva e ha passato al setaccio le loro pagine Facebook e Twitter. Quando erano disponibili documenti – verbali, autopsie, registrazioni del 911 – li ha consultati per raccontare quelle brevi e invisibili vite. “Un altro giorno di morte in America” parla di cosa vuol dire essere genitori nei quartieri difficili, dell’onnipotenza del secondo emendamento, della distanza della politica, di come i media raccontano o ignorano gli omicidi, di morti che in alcuni casi sono solo numeri e che spesso non vengono neanche contate.

2021 RHC, Task 12: Leggi un lavoro d’inchiesta scritto da un*autorǝ razzializzatǝ

Quando ho iniziato a leggere questo libro, non mi aspettavo certo delle storie spensierate: il tema – il racconto della morte dei dieci ragazzi uccisi a colpi di arma da fuoco il 23 novembre 2013 negli USA – è ben evidente e non può essere frainteso. Eppure, quando ho letto di Jaiden Dixon, la prima vittima raccontata da Younge, sono rimasta scioccata lo stesso.

Con l’autore di questo libro condivido la cultura europea e la difficoltà di capire la cultura delle armi statunitense e il loro attaccamento al secondo emendamento. Ho letto vari articoli sull’argomento e continua a sembrarmi assurda la logica secondo la quale l’unico modo per impedire a una persona armata di uccidere sia una maggiore diffusione delle armi in modo tale che quella persona sia fermata da un’altra persona armata. L’ipotesi che nessuna di quelle persone abbia un’arma sembra non sfiorarlз nemmeno.

Forse è l’impossibilità di capire questo aspetto della cultura statunitense che ha portato Younge a scrivere un libro non sul controllo delle armi, ma sulla società che permette una diffusione così noncurante delle armi. Attraverso le storie delle dieci giovani vittime del 23 novembre 2013, l’autore ci parla delle conseguenze dell’onnipresenza delle armi – i danni collaterali che ogni decisione porta con sé – e dell’accettazione del numero delle vittime come di un fatto inevitabile e incontrovertibile, appena scossa soltanto dal trauma delle sparatorie di massa.

Se comprendere questo aspetto della cultura statunitense mi è impossibile, ho preso la lettura di Un altro giorno di morte in America come un monito a non cedere al fascino della legittima difesa facile e dell’aumento di persone armate a difesa della nostra sicurezza. Probabilmente nessun’altra democrazia al mondo conta più armi e forze dell’ordine in circolazione, eppure lз cittadinз non sono affatto più sicurз. Anzi, l’insicurezza è a portata di mano: bastano delle armi incustodite e la naturale curiosità di un bambino a cancellare una giovane vita.

Insomma, un giorno come un altro negli Stati Uniti e, come di consueto in un normalissimo sabato americano, dieci bambini e adolescenti venivano uccisi da un’arma da fuoco. Come il clima di quel giorno, nessuno di loro sarebbe finito sulle prime pagine dei quotidiani nazionali perché, proprio come il clima, la loro morte non turbava l’ordine stabilito, ma anzi vi si conformava. Rispetto a quanto ci si poteva aspettare da un sabato americano qualsiasi, infatti, nemmeno in questa cifra c’era l’ombra dell’inganno perché era esattamente quella cui la nazione era abituata. Ogni giorno, in media, negli Stati Uniti sette bambini e adolescenti perdono la vita a causa di un colpo d’arma da fuoco – per essere precisi nel 2013 erano 6,75. Le armi da fuoco sono la principale causa di mortalità tra i neri sotto i diciannove anni e la seconda per la stessa fascia d’età in generale, preceduta solo dagli incidenti stradali.