Buon venerdì, prodi seguaci!🌳
Il primo mese dell’anno è andato e, senza alcun motivo particolare, direi che per il mese di febbraio il Piglio dal Mucchio sarà dedicato alla natura.

Il primo libro pigliato è Abbracciare gli alberi di Giuseppe Barbera, professore di Colture arboree all’Università di Palermo. A dispetto del titolo non è un manuale sull’andare in giro per boschi e giardini per abbracciare effettivamente dei poveri alberi impossibilitati dallo scappare da queste braccia che vorrebbero mollar loro energie negative e altre robe brutte. Parla di alberi: cosa sono, cosa fanno, quanto cercano di fare la loro parte nell’ecosistema mentre noi esseri umani non facciamo che abbatterne per i motivi più idioti (tipo quello di rifare viali e piazze per riqualificare la zona).

Il più vecchio albero italiano di cui sia certa l’età è un pino loricato che cresce in Calabria abbarbicato sul Pollino. È nato nel 1026, più giovane quindi di un suo omonimo nato nel Nord della Grecia nel 41 e considerato il più vecchio essere vivente del Mediterraneo. Il più vecchio del mondo invece è un abete rosso (un albero di Natale, per intenderci) che vive in Svezia e che nel 2008 dovrebbe aver compiuto 550 anni. Ancorati alle radici, gli alberi non si muovono. Si procurano da soli il nutrimento grazie alla clorofilla, trasformando l’energia solare in materia organica. Non hanno un cuore, due occhi o due gambe. Possiedono tessuti in perenne condizione embrionale, pronti a dare origine a tutti gli organi necessari: se a un albero tagliano un ramo, una gemma fino ad allora dormiente sarà pronta a generarne uno nuovo. Sono virtualmente immortali. Forse per questo gli uomini, insoddisfatti della propria condizione, non hanno mai smesso di cercarli. Giuseppe Barbera – agronomo siciliano da sempre impegnato nella tutela dell’ambiente e del paesaggio – esplora l’attrazione che gli esseri più evoluti del regno vegetale esercitano su poesia e letteratura dall’inizio dei tempi: dai poemi omerici, anzi dall’epopea di Gilgamesh, il primo uomo ad aver abbattuto un albero (per la precisione, un grande cedro cresciuto sulle montagne prossime all’Eufrate) e ad aver avviato con i suoi colpi d’ascia il disboscamento che, complice un inaridimento climatico, ha portato alla fine della civiltà mesopotamica. E ha segnato il destino della nostra. Un senso di leggerezza, di felicità sottile, di pace percorre il lettore di Abbracciare gli alberi, perfino quando ci racconta dello scempio edilizio perpetrato dalla mafia nella Conca d’Oro di Palermo, un giardino naturale di leggendaria bellezza che fece ritenere a Goethe di aver scoperto l’Eden in terra. Un benessere pervasivo da cui non si viene abbandonati neppure dopo aver terminato la lettura, che come una radice si espande, invade lo spazio interiore e modifica il rapporto con quello esteriore. Abbracciare gli alberi è un libro che cambia il modo di stare nel mondo.

Il secondo libro pigliato è La concezione anarchica del vivente di Jean-Jacques Kupiec, che ha attirato la mia attenzione con l’affermazione Nel vivente non c’è un ordine stabilito bensì un disordine organizzato che rende possibile la vita e la sua evoluzione. In tutta onestà non mi sono informata oltre, visto che la mia curiosità galoppava già a tutta randa e di Elèuthera mi posso fidare.

La genetica è nata e si è sviluppata su un presupposto deterministico: la stabilità del gene e la sua trasmissibilità ereditaria. Eppure tutta la biologia contemporanea ci parla della variabilità come di una condizione permanente ed essenziale dell’essere vivente che non può essere ridotta a puro rumore o fluttuazione: il caso non è un accidente che perturba il processo deterministico. Nel vivente non c’è un ordine stabilito bensì un disordine organizzato che rende possibile la vita e la sua evoluzione. Ampliando il campo di applicazione dell’ontologia darwiniana, che assume la variazione aleatoria come forza motrice del processo evolutivo, Kupiec delinea una concezione anarchica del vivente che contesta l’idea di un ordine cogente inscritto nei geni. Gli organismi non sono società centralizzate di cellule che obbediscono al genoma o all’ambiente esterno, ma comunità cellulari autogestite che vivono per sé stesse e che per mantenere le proprie funzioni vitali sono spinte a cooperare, realizzando delle vere e proprie reti di mutuo appoggio. Ed è questa la nuova via che deve intraprendere la ricerca biologica per uscire dalle secche in cui l’ha spinta la genetica.

Eccoci qua: che ve ne pare? Conoscevate uno dei due o vi ho messo curiosità? Anche nei vostri comuni/città c’è questa mania di abbattere vecchi alberi senza motivi sensati per piantare dei poveri alberelli stenti che poi in gran parte muoiono perché nessunə se ne prende cura? Io davvero non so perché continuiamo a campare come se non ci fosse una crisi climatica in corso. Boh.
Buon fine settimana!🥦


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