Copertina di La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico di Judith Butler: è tutta blu con le scritte bianche.

Judith Butler definisce le dinamiche psicosociali che determinano il campo di forza della violenza mettendo in luce la mistificazione linguistica e la strumentalizzazione operate dal potere nei suoi confronti.

«Butler scrive “nonviolenza” senza trattino perché sia assunta come valore autonomo, con una grafia che ricorda Aldo Capitini, ereditata poi da Marco Pannella e dai radicali» – La Lettura Judith Butler definisce le dinamiche psicosociali che determinano il campo di forza della violenza mettendo in luce la mistificazione linguistica e la strumentalizzazione operate dal potere nei suoi confronti. Nel far questo, smonta le posizioni che ammettono, in alcuni casi e con determinate finalità, la violenza come strumento per combattere la violenza stessa e, allo stesso tempo, la concezione per cui la nonviolenza sarebbe una scelta morale individuale caratterizzata dalla passività. Centrale, in quest’analisi, è l’idea che esista una radicata distinzione biopolitica tra vite degne di lutto ? dunque meritevoli di essere preservate e difese ? e vite dispensabili – per questioni razziali, identitarie, collegate al gender o di altro tipo: in questo senso, la violenza è connessa all’esperienza della disuguaglianza e la nonviolenza non può che essere una pratica collettiva di contestazione delle disuguaglianze, del tutto sganciata da un approccio individualista. Recuperando – analiticamente e criticamente – Foucault, Fanon, Gandhi, Benjamin e, tra gli altri, soprattutto Freud e Klein, Butler delinea così un’idea di nonviolenza che, prendendo coscienza e sovvertendo attivamente le forme di aggressività che caratterizzano il sé e i suoi legami sociali, costituisca una tattica politica tutt’altro che passiva, una forza in grado di contrastare la violenza che pervade la società contemporanea senza riprodurne la distruttività, un vincolo etico e politico che sia tutt’uno con le lotte condotte dai movimenti che ogni giorno si battono per l’interdipendenza, l’uguaglianza e la giustizia sociale.

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Apparentemente tuttə sappiamo cosa sia violenza e cosa no: è una di quelle parole di cui, anche senza strizzarci le meningi per trovare la definizione da dizionario, ci sembra di conoscere il significato a livello istintivo. Eppure basta poco per immaginare delle situazioni che rendono la definizione meno definita: ə attivistə di Ultima Generazione che imbrattano opere d’arte sono violentə? Un poliziotto che spara a un ragazzo con in mano un estintore durante una manifestazione è violenza? Un governo che toglie un sussidio a migliaia di persone senza reddito è violenza?

Potete facilmente vedere come le risposte a queste domande varino a seconda delle persona alla quale vengono rivolte: da qui parte la riflessione di Butler. La prima questione su cui riflettere è che non abbiamo una definizione univoca e condivisibile di ciò che è violenza; di conseguenza, anche la definizione di nonviolenza si fa difficile. Butler propone di uscire dall’impasse analizzando il legame tra parte aggredita e parte aggredente, criticando un’etica concentrata sull’io (egologica, la chiama lei) e facendo spazio all’idea che l’identità sia costruita dalle relazioni sociali, che non sono necessariamente pacifiche, ma anche conflittuali.

Certamente quando il mondo si presenta come un campo di forza determinato dalla violenza, il compito della nonviolenza consiste nel trovare modi di vivere e di agire nel mondo tali per cui la violenza possa essere controllata e trasformata positivamente, o per cui la sua direzione possa essere invertita, specialmente in quei momenti in cui sembra invece saturare il mondo, lasciandoci senza alternativa.

Per Butler nemmeno l’autodifesa sarebbe una giustificazione alla violenza perché stabilendo una separazione tra chi è difendibile (solo io? La mia famiglia? Ә mieə concittadinə? Ә mieə connazionalə?) e chi non lo è crea una discriminazione secondo la quale le persone al di fuori della legittima difesa vengono trattate come se la loro vita non contasse niente.

E se l’autodifesa fosse praticata per sovvertire un regime violento? Qui Butler si chiede: alla violenza interessa la distinzione tra violenza bruta fine a se stessa e la violenza dettata dall’autodifesa? La violenza non è per sua natura cieca e tendente a sfuggire a ogni controllo? Il problema per Butler è che la violenza, oltre a essere sempre frutto di un’interpretazione (per la Repubblica di Salò la resistenza era sicuramente la parte violenta), distrugge i legami che sono alla base della nostra socialità come animali sociali.

Pensate alla guerra in Ucraina: il nostro focus al momento è sulle persone che muoiono sotto le bombe, ma pensate anche a tutti i legami che si stanno polverizzando: non solo legami commerciali, ma anche culturali, affettivi, umani. Pensate a questa terrificante propaganda che mira a dipingere ə russə come delle pecore che seguono quel pazzo di Putin alla lettera e ə ucrainə come deə eroə. Eppure in Russia ci sono state numerose proteste con gravi conseguenze per molte delle persone che le hanno portate avanti e in Ucraina sono stati riportati casi di crimini di guerra anche da parte ucraina. Giusto per ribadire che la guerra è sempre sangue e merda e la divisione netta in buonə e cattivə sta solo nella fantasia.

Per Butler la violenza non si esaurisce nel singolo atto violento, ma contribuisce a a creare un mondo ancora più violento. Quindi la filosofa analizza la nonviolenza come pratica sociale e politica che nasce da rabbia e indignazione per qualcosa che non va: ovviamente non si tratta di una panacea a tutti i mali del mondo, ma è una modalità di lotta che sovverte le categorie di ciò che è forte e di ciò che è debole. La nonviolenza è un modo per rifiutare l’idea che solo chi è abbastanza potente da sopraffare l’altrə è forte per sostituirla con l’idea che la forza dipende dalla nostra capacità di accettare le nostre fragilità umane e il nostro bisogno di legami e relazioni.

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Valutazione del libro: cinque stelline gialle

3 risposte a “La forza della nonviolenza di Judith Butler”

  1. Ho letto questo libro, è molto interessante e fa riflettere. Anche a me dà fastidio il manicheismo, la distinzione netta tra buoni e cattivi: molto spesso le posizioni sono sfumate e comunque la gente comune che perde casa e persone care, e anche i soldati mandati in sacrificio al fronte, sono vittime di una violenza assurda e priva di senso.

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    1. La guerra è così priva di senso e distruttiva che rende difficile trovarci del buono.

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      1. In effetti non c’è proprio nulla di buono nelle guerre!

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