Buon lunedì, prodi seguaci!🌳

Adesso che l’autunno si avvicina, recupero pian pianino tutto i libri per la 2022 RHC che avrei dovuto leggere negli scorsi tre mesi e che non ho letto. Eccovi una citazione da Il pesce che scese dall’albero di Francesco Riva, che sto trovando molto simpatico.

Perché è così che funziona quando sei dislessico e intelligente: senti di capire le cose, senti che le sai, ma c’è un meccanismo che non ti permette di assimilarle come gli altri.

Quindi ti senti stupido.

Il problema è che tu sai di esserci con la testa, ma non riesci a spiegarlo, e da fuori è difficile capirti davvero. Il vero dramma di questa condizione è sapere di non potersi fidare della propria testa. Quando fai dei calcoli, sai per certo che sbaglierai. Tutti i giorni combatti contro te stesso. È una sensazione davvero spiacevole con cui, soprattutto da bambino, è difficile convivere.

Facciamo un esempio di come la mia testa affronta una banale moltiplicazione. Ipotizziamo di dover calcolare 14 x 3.

Per me un numero di due cifre è già grande, così cerco di semplificarlo, dividendolo per due: 14 : 2 = 7.

L’operazione è diventata (7 x 3) + (7 x 3).

La tabellina del 7 e di quelle che non ricordo bene, quindi semplifico ancora: 7 – 2 = 5.

Ora l’operazione è diventata: (5 x 3) + (2 x 3) + (5 x 3) + (2 x 3).

La tabellina del 5 non è un problema: 5 x 3 = 15.

E neppure quella del 2 lo è: 2 x 3 = 6.

15+ 6 = 21.

A questo punto non resta che raddoppiare il risultato: 21 + 21 = 42.

Ecco come, passaggio per passaggio, la mia mente da discalculico ha elaborato 14 x 3.

In pratica, sapendo di avere problemi con i numeri il mio cervello ha bisogno di scomporre un numero apparentemente complesso come 14, ma in questo modo i calcoli si allungano e diventa facile commettere errori o saltare un passaggio (ovviamente si tratta di un esempio basato sulla mia esperienza personale: non è detto che tutti i discalculici avrebbero risolto la moltiplicazione in questo modo.)

Quindi, in conclusione? Per molti ero stupido. Facile facile. E poco alla volta mi ero convinto di esserlo davvero.

Alle elementari Francesco è un disastro: non ricorda i mesi dell’anno, confonde le lettere e non riesce proprio a imparare le tabelline. L’ora di matematica – la sua bestia nera – la passa a disegnare, relegato in fondo all’aula. Finché arriva la maestra Diana, che capisce tutto: quello scolaro non è né pigro né poco intelligente, forse è dislessico. I test confermano in pieno i sospetti, ma la supermaestra ha già escogitato un piano strategico: il bambino non studierà leggendo i libri, ma ascoltando e, per esercitare la memoria, recitando. La strada non è sempre in discesa: non tutti gli insegnanti sono così preparati e ingegnosi, non tutti capiscono che, per lui, la calcolatrice non è il rimedio alla fatica di moltiplicazioni e divisioni, ma uno strumento indispensabile come sono gli occhiali per un miope. Ci vuole ostinazione, e anche qualche battaglia, per affermare i propri diritti. Ma intanto Francesco è diventato così bravo a recitare da entrare in un’accademia teatrale. E al momento di realizzare il suo primo spettacolo, mette in scena la storia più bella che conosce: quella di un bambino che, con la sua creatività e il suo talento, ha annientato l’orco-dislessia. Un’idea che porterà più di una sorpresa. Un libro dedicato ai tanti ragazzi che si sentono stupidi perché sono lenti a leggere, scrivere o fare i calcoli, e non sanno che la dislessia non è una malattia, ma solo un diverso modo di funzionare del cervello. Un modo che può rivelarsi originale e a volte geniale, come è stato per Einstein, Agatha Christie, Walt Disney, Mika e tantissimi altri.