India, fine anni Sessanta: Amnu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due bambini. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l’innaccettabile errore di innamorarsi di un paria, un intoccabile, per lei non vi sarà più comprensione, né perdono. Attraverso gli occhi dei due bambini, Estha e Rahel, il libro ci racconta una grande storia d’amore che entra in conflitto con le convenzioni.

Questo romanzo mi ha lasciata molto perplessa e non so bene quale sia la mia opinione finale: non posso dire che mi abbia fatto schifo, ma non mi ha nemmeno soddisfatta del tutto. Durante la lettura, avevo la sensazione di star leggendo qualcosa pericolosamente in bilico tra la buona letteratura e la trashata commerciale. Non si sbilancia mai, né in una direzione né nell’altra, ma ha finito per lasciarmi insoddisfatta.

Mi è abbastanza chiaro il motivo che ha portato Il dio delle piccole cose a diventare un clamoroso caso letterario mondiale, come si dichiara orgogliosamente in copertina: gli amori impossibili ostacolati dalle regole della società vanno sempre forti. Credo che Roy volesse scrivere un romanzo popolare in grado di avvicinare a tematiche complesse come la problematicità del sistema delle caste indiane, le conseguenze nefaste del colonialismo, il sessismo e la discriminazione anche a persone che normalmente non si interessano granché a queste tematiche, oppure pensano che non le riguardino.

Sicuramente c’è riuscita, ma penso che la riflessione potesse essere gestita in maniera migliore, perché ogni tematica è trattata sul filo di lana della superficialità: non posso dire che Roy abbia l’abbia buttata in caciara, ma mi ha lasciato la sgradevole sensazione che ogni tematica fosse lì solo per contestualizzare i drammi in corso e non per dare loro spessore e significato. Insomma, Roy non è mai riuscita a convincermi che non stesse solo scrivendo un romance da spiaggia, nonostante le belle pagine molto poetiche e alcuni passaggi ispirati.

A tutto questo si somma il fatto che la storia viene piuttosto tirata per le lunghe: si capisce abbastanza presto dove andremo a parare, ma nonostante questo l’autrice fa finta che nessunǝ lo sappia: così ci sorbiamo pagine e pagine di non detti di cui non si capisce bene il senso. Soprattutto alla luce del fatto che le ultime pagine, che raccontano in maniera organica cosa è accaduto per far deragliare definitivamente le vite dei membri di questa famiglia, sono tra le più belle e significative del romanzo. Non so se meritino la fatica per arrivarci, però.