
Descrizione: Contare i femminicidi non è un esercizio di precisione statistica, ma un atto politico.
In Italia, non esiste un registro ufficiale dei femminicidi, e il modo in cui vengono classificati gli omicidi di donne rispecchia un sistema che spesso minimizza la violenza di genere. Chi decide cosa contare? E soprattutto, chi ha il potere di negare la rilevanza dei numeri?
In Perché contare i femminicidi è un atto politico, Donata Columbro, giornalista e divulgatrice esperta di dati, decostruisce l’idea della neutralità statistica e mostra come il conteggio dei femminicidi sia una questione di potere e resistenza.
Attraverso un resoconto tra storia, giornalismo d’inchiesta e attivismo, Columbro esplora il modo in cui i femminicidi vengono registrati nei dati ufficiali e rivela molto sulla percezione istituzionale della violenza di genere. In Italia, l’assenza di un registro ufficiale implica che la violenza sulle donne venga inglobata in statistiche più generali, rendendo difficile una lettura chiara del fenomeno. Per questo motivo, il lavoro di raccolta dati condotto dai movimenti femministi e dalle associazioni assume un’importanza cruciale. A livello internazionale, esperienze come quelle di Brasile, Argentina e Messico dimostrano quanto il monitoraggio dal basso possa essere efficace nel denunciare e contrastare il problema. Questo approccio rientra nel cosiddetto “femminismo dei dati”, una prospettiva che vede nella raccolta e nell’analisi dei numeri uno strumento di giustizia sociale e attivismo politico, capace di sfidare le narrazioni ufficiali e proporre un cambiamento concreto.
Perché contare i femminicidi è un atto politico non è solo un’analisi tecnica, ma un appello a riconoscere la violenza di genere anche attraverso le sue rappresentazioni numeriche. Perché i numeri sono storie, le statistiche sono strumenti di potere, e contare significa dare visibilità a chi non ha voce. Contare i femminicidi non è solo statistica, ma un atto politico.
“Il femminicidio non è un fatto privato, ma l’espressione di una violenza e di un abuso di potere sostenuto dalla struttura patriarcale delle istituzioni e di una cultura che vede l’egemonia maschile come normale, statisticamente e socialmente.”

Se vi siete interessatə al tema dei femminicidi e avete provato a cercare in autonomia qualche dato per approfondire, avrete scoperto che non ce ne sono, o, se ci sono, sono vecchi o incompleti. Non è solo una vostra impressione o una vostra incapacità di ricerca: i dati sui femminicidi – aggiornati, raccolti secondi le linee guida internazionali, uniformi, pubblici – semplicemente non esistono.
Lo Stato non si preoccupa di tenere traccia del fenomeno e di fare il punto sulle misure che sono state messe in campo per contrastare il fenomeno. A pensar male, si direbbe che la cosa importante sia metter su qualche roboante decreto che inasprisce pene, inserisce nuovi reati e nuovi codici multicolore per dare l’impressione di essere sul pezzo e di non aver paura di reagire in modo muscolare a qualche femminicidio che abbia colpito in modo particolare l’opinione pubblica.
Ma – a parte che qualunque intervento ex post presuppone un’altra donna morta per l’ennesimo femminicidio che non abbiamo saputo evitare – come si fa a sapere se le misure introdotte abbiano avuto un qualche effetto se non si raccolgono i dati? Come si fa a sapere se si sta andando nella giusta direzione?
Perché decidere “cosa conta” – e quindi cosa misurare, come farlo e chi può accedere a queste informazioni – è una forma di potere. Ma vedremo come nel caso dei femminicidi e della violenza di genere sia importante esercitare forme di contropotere con iniziative dal basso, come quelle dell’osservatorio di Non una di meno o della Casa delle donne di Bologna. Ce lo insegnano le prime donne che hanno iniziato a contare i femminicidi, come María Salguero Bañuelos in Messico, che ha deciso di raccogliere da sola dal 2015 i dati sui casi di femminicidio nel suo paese, diventando la fonte più affidabile sul tema. Ma anche le iniziative di giornalisti e giornaliste indipendenti in Italia, che si prendono cura di contro-archivi per mantenere viva la memoria di chi non c’è più. Scopriremo infatti che anche nelle singole storie ci sono dati che possono aiutare a riconoscere la violenza, e a prevenirla.
Ad oggi tra chi si occupa di prevenzione ci sono attivistə e molte delle vittime collaterali dei femminicidi. È un fatto che non ci sorprende: di sicuro non da parte di attivistə, ma nemmeno da parte delle vittime collaterali, nel caso delle quali lo vediamo come un modo per affrontare ed elaborare il lutto. Certo, muoiono un centinaio di donne ogni anno, non ci si può lamentare di chi decide di dare una mano a evitarlo, ma perché si dovrebbe trovare normale che un problema pubblico venga preso in carico soltanto da privati? Sembra quasi – quasi – che i femminicidi vengano considerati una disgrazia, una di quelle cose brutte che possono capitare anche nelle migliori famiglie. Come se parlassimo di una malattia. Come se il problema riguardasse solo a chi capita. D’altro canto, senza dati rigorosi e sistematici come potremmo puntare il dito contro la negligenza dello Stato?
Potremmo dire che non c’è scampo, o potremmo leggerla in altro modo: la violenza di genere è così radicata, strutturale, che solo un intervento che legga nella globalità del fenomeno la sua universalità potrà aiutare a ridurre questi numeri. Solo che servono i dati per capire dove agire. Molti ci sono, come abbiamo visto, altri andrebbero prodotti in modo più frequente.




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