Copertina di La vegetariana di Han Kang: raffigura una peonia bianca, leggermente macchiata di rosso.

CW: violenza, stupro, DCA, autolesionismo, suicidio, violenza sugli animali, violenza domestica

Descrizione: «Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l’ideale di un’estatica dissoluzione nell’indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell’ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi.

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Se ci immaginiamo una grigliata domenicale, è probabile che alla griglia vedremo un uomo con una mano su un fianco e un paio di pinze nell’altra mentre controlla la cottura della carne. Magari conosciamo anche qualcuno che si definisce il re della griglia e possiamo anche dare un volto preciso alla persona che reclama il ruolo di grigliatore; oppure ci è venuta in mente la faccia di qualche attore perché la scena dell’uomo che si occupa di cuocere la carne l’avremo vista innumerevoli volte.

La carne, infatti, è molto spesso associata alla sfera maschile e, quanto più si tratta di una carne sanguinolenta, ottenuta dalla caccia – con il fucile nella natura selvaggia o con il borsello dal macellaio di fiducia – e preparata con perizia, tanto più è associata a una certa idea di mascolinità dispotica e predatrice. A sancire questo connubio, poi, abbiamo la derisione verso gli uomini che hanno ridotto o eliminato la carne dalla loro dieta e che non sarebbero Veri Uomini© perché mangiano tofu e bevono latte di soia.

La vegetariana ci mette davanti a questo legame e lo fa cercando di massimizzare il disagio per portare ə lettorə a fare i conti con il ruolo che la carne ha finito per assumere nel mantenimento delle strutture di potere patriarcale. Cercare di sfuggirgli implica la creazione di una frattura tra quello che la società reputa sano e normale e quello che reputiamo accettabile ed etico. La frattura che Yeong-hye apre nella sua famiglia con il suo rifiuto di mangiare e cucinare carne è così profonda e insanabile da scatenare violenza deə familiari che non accettano quello che considerano un capriccio e una stravaganza capace di metterlə in cattiva luce agli occhi della società.

La decisione di Yeong-hye, radicale e irreversibile, apre una voragine nella quale precipitano le ipocrisie di una società che si racconta equilibrata e ragionevole e invece di scopre indifferente all’afflizione altrui, al punto di arrivare alla crudeltà e di trovarla pienamente giustificata. Né il marito né il cognato di Yeong-hye si preoccuperanno di capire la fonte del rigetto della carne – né Yeong-hye sembra troppo incline alle spiegazioni, probabilmente ben sapendo che il loro scopo non è capire il suo punto di vista, ma trovare la leva che permetterà loro di guadagnare di nuovo il controllo su di lei. Solo sua sorella In-hye sembra, alla fine, avvicinarsi al suo punto di vista, ma solo per constatare amaramente che se Yeong-hye è riuscita a liberarsi dei lacci e dei pesi che la tenevano ancorata al trantran quotidiano è perché non erano stretti e gravosi come quelli di In-hye.

È un romanzo altamente disturbante, che, nonostante sia diventato molto popolare e chiacchierato, non consiglierei a cuor leggero – e a ragione, a giudicare dai commenti scioccati che leggo in giro – ma, se vi sentite in vena, è sicuramente uno di quei libri che vale la pena di recuperare.

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Valutazione del libro: cinque stelline gialle

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