Buon lunedì, prodi seguaci!🐄
Oggi citazione da La bastarda della Carolina di Dorothy Allison, sulla rabbia di una ragazza che si vede nata solo per essere sfruttata fino alla morte, senza possibilità di sfuggire a questo destino.
Io non volevo diventare alta. Volevo diventare bellissima. Quando ero da sola, guardavo il mio corpo ostinato, le lunghe gambe, i fianchi inesistenti, e quei piccoli rigonfiamenti dove Deedee e Temple avevano i loro grossi seni rotondi. Non avevo niente di cui essere orgogliosa, e odiavo le battute di zia Raylene sul fatto che eravamo tutte di razza contadina, che discendevamo da donne abituate a partorire nei campi e a rimettersi al lavoro subito dopo. Goffa, forte, brutta – perché non potevo essere carina, invece? Volevo essere come quelle ragazze nei libri, principesse con la pelle chiara e il cuore tenero. Odiavo le mie dita corte, la faccia larga, le ginocchia ossute, odiavo non avere niente in comune con le ragazze carine, dai tratti delicati e dai corpi fragili e slanciati. Avevo una faccia di pietra, insignificante, non avevo forme né sopra né sotto, ed ero nera come la corteccia di un albero di noci. Il mio corpo, come quello delle mie zie, era fatto per ammazzarsi di lavoro, per essere consumato e gettato via. Avevo letto queste cose nei libri e le avevo ignorate. Le donne che morivano in quel modo, per la fatica o per incidenti assurdi, non erano quasi mai le eroine. Zia Alma mi aveva dato una grossa edizione economica di Via col vento, con immagini a colori prese dal film, dicendomi che l’avrei adorato. Inizialmente fu così, ma poi una sera alzai gli occhi dalle guance rosa di Vivien Leigh e vidi mamma che era appena tornata a casa dal lavoro, i capelli ancora più scuri a causa del sudore e l’uniforme macchiata. Un brivido violento mi aveva attraversato il corpo. Emma Slattery, pensai. Ecco chi diventerò, ecco chi siamo tutte noi. Non Scarlett con le sue guance incipriate. Io facevo parte della feccia che viveva nelle baracche sporche di fango, che litigava con quelli di colore; ero come quegli ingrati che rubavano ai loro superiori, stupidi, rozzi, nati per ricoprirsi di vergogna e poi morire. Tremai di paura e sdegno.

Descrizione: Ruth Anne Boatwright, per tutti Bone, dal padre ha ereditato solamente un certificato di nascita che la dichiara bastarda. A sorreggerla – in una cittadina del South Carolina segnata dalla povertà e dal degrado e in una famiglia nella quale amore, rabbia e prevaricazione fanno parte di un unico coacervo di sentimenti spesso incontrollati – è il disperato e dolcissimo rapporto che la lega alla madre, e che neanche le violenze subite dal patrigno riusciranno a spezzare.
Ambientato negli anni Cinquanta, ricco di riferimenti autobiografici, il romanzo di Dorothy Allison racconta con un’intensità senza precedenti un mondo crudele e amorevole al contempo, nel quale la brutalità maschile e la resilienza delle donne, il desiderio di rivolta e la forza dei legami familiari coesistono in un intrico indissolubile.
La scrittura cristallina e di inarrivabile durezza, la profondità dello sguardo gettato sull’adolescenza, il ritratto dall’interno dei “White Trash” e di un Sud quasi senza riscatto hanno fatto gridare la critica al capolavoro e hanno indotto a paragoni con classici quali Il buio oltre la siepe e Il giovane Holden. In un profilo appassionato pubblicato sul New Yorker, David Cantwell ha scritto, tra l’altro: «La storia di Bone è piena di rabbia, ma anche di generosità e di amore. Bone ha saputo descrivere senza reticenze tutte le cose mostruose che i genitori le hanno riservato, senza per questo cedere alla tentazione di rappresentarli come mostri. Grazie a questa scelta la protagonista è diventata una scrittrice, ed è stata in grado di presentare se stessa non come trash, ma come un’eroina fragile, complessa e onesta, al centro di una magnifica storia».


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