Buon lunedì, prodi seguaci!🍃
Nel fine settimana ho iniziato a leggere Abbracciare gli alberi di Giuseppe Barbera e mi sono immersa in questi boschi, in queste foreste e in questi giardini e viali pieni di alberi che hanno da sempre suggestionato e ispirato gli esseri umani – sul lato poetico della vita, dall’altro lato ci sono sempre abbattimenti selvaggi e incendi, ma iniziamo la settimana con il lato migliore.
In Italia si contendono il titolo di albero più vecchio il castagno dei Cento Cavalli dell’Etna e un olivo selvatico di San Baltolu di Luras, in provincia di Sassari. I caratteri del legno e le vicende della crescita non consentono una precisa definizione dell’età che vada oltre una generica stima di tremila anni. Il più vecchio albero italiano di cui sia certa l’età, perché rilevata contando gli anni di crescita, è un pino loricato che cresce in Calabria abbarbicato sul Pollino. È nato nel 1026, più giovane quindi di un suo omonimo nato nel Nord della Grecia nel 41 e considerato il più vecchio essere vivente europeo. Del resto è difficile, in un contesto di così antico e intenso sfruttamento del territorio, in un ambiente che non ostacola il procedere di malattie che a lungo andare degradano il legno (a differenza del clima secco e freddo delle montagne svedesi e californiane), poter giungere a età più venerabili, anche a guardare quegli olivi siciliani che Pirandello chiamava «saraceni», per indicare una età lontana, con il tronco «contorto, attorcigliato, di oscure crepe, come torturato». All’origine della particolare forma e della sopravvivenza millenaria degli antichi olivi sono i nuovi fusti che si producono annualmente dagli ovoli, quelle masse legnose rigonfie che si trovano alla base del tronco e che si sovrappongono tra loro. Alessandro Morettini, studioso di olivicoltura abituato a veder morire di freddo gli olivi della Toscana per poi rinascere con vigore mai sopito, ha assegnato loro la qualifica di albero perenne, osservando che «non è tale la porzione aerea […] lo è invece la parte interrata, il pedale cioè che, dilatandosi nei pedali formati dai nuovi tronchi succedentisi nei secoli, in sostituzione dei più vecchi, conserva la vitalità e un insieme di generazioni di altri olivi più giovani».

Il più vecchio albero italiano di cui sia certa l’età è un pino loricato che cresce in Calabria abbarbicato sul Pollino. È nato nel 1026, più giovane quindi di un suo omonimo nato nel Nord della Grecia nel 941 e considerato il più vecchio essere vivente del Mediterraneo. Il più vecchio del mondo invece è un abete rosso (un albero di Natale, per intenderci) che vive in Svezia e che nel 2008 dovrebbe aver compiuto 550 anni. Ancorati alle radici, gli alberi non si muovono. Si procurano da soli il nutrimento grazie alla clorofilla, trasformando l’energia solare in materia organica. Non hanno un cuore, due occhi o due gambe. Possiedono tessuti in perenne condizione embrionale, pronti a dare origine a tutti gli organi necessari: se a un albero tagliano un ramo, una gemma fino ad allora dormiente sarà pronta a generarne uno nuovo. Sono virtualmente immortali. Forse per questo gli uomini, insoddisfatti della propria condizione, non hanno mai smesso di cercarli. Giuseppe Barbera – agronomo siciliano da sempre impegnato nella tutela dell’ambiente e del paesaggio – esplora l’attrazione che gli esseri più evoluti del regno vegetale esercitano su poesia e letteratura dall’inizio dei tempi: dai poemi omerici, anzi dall’epopea di Gilgamesh, il primo uomo ad aver abbattuto un albero (per la precisione, un grande cedro cresciuto sulle montagne prossime all’Eufrate) e ad aver avviato con i suoi colpi d’ascia il disboscamento che, complice un inaridimento climatico, ha portato alla fine della civiltà mesopotamica. E ha segnato il destino della nostra. Un senso di leggerezza, di felicità sottile, di pace percorre il lettore di Abbracciare gli alberi, perfino quando ci racconta dello scempio edilizio perpetrato dalla mafia nella Conca d’Oro di Palermo, un giardino naturale di leggendaria bellezza che fece ritenere a Goethe di aver scoperto l’Eden in terra. Un benessere pervasivo da cui non si viene abbandonati neppure dopo aver terminato la lettura, che come una radice si espande, invade lo spazio interiore e modifica il rapporto con quello esteriore. Abbracciare gli alberi è un libro che cambia il modo di stare nel mondo.


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