Buon venerdì, prodi seguaci!🪁
È arrivato settembre e nella mia testa è già autunno, foglie che cadono e sensatezza di bere il tè caldo: già pregusto i miei mesi preferiti dell’anno. Riguarda al Piglio, sono abbastanza sorpresa di essere abbastanza in pari, visto che il caldo mi toglie la voglia di leggere: deve scrivere un milione di recensioni, ma lì piano, piano arrivo, quindi sono pronta e motivata per i libri di settembre!

Il primo libro pigliato è Campi, fabbriche, officine di Pëtr Kropotkin: dopo Stato e anarchia di Bakunin, mi lancio in un altro classico dell’anarchia – “colpa” di Elèuthera che tempo fa ha messo il suo catalogo ebook in sconto e mi ha permesso di fare man bassa. Sono molto curiosa, perché il rapporto tra città e campagna (che oggi forse ci interessa più come rapporto tra centro e periferia) è diventato cruciale, anche se dal nostro dibattito pubblico non si direbbe, e voglio proprio sapere cosa ne diceva quest’uomo più di cento anni fa, quando certi problemi erano più teoria che pratica.

L’importanza di questa riflessione a tutto campo su un’organizzazione sociale ed economica in grado di integrare non solo città e campagna ma anche lavoro manuale e intellettuale sta certamente nell’aver anticipato di oltre un secolo molti dei problemi con cui ci confrontiamo oggi, ma ancor più nell’aver dato risposte concrete che si dimostrano tuttora praticabili. Dietro le soluzioni proposte da Kropotkin, che sfidano con ironica semplicità il pensiero totalitario e la sua costruzione piramidale dello spazio e dell’immaginario sociale, c’è infatti una concezione libertaria dell’uomo e del vivere in società che delinea i contorni di una civiltà ecologica quanto mai urgente dopo il dissennato saccheggio del mondo (e dell’animo umano) cui abbiamo assistito. Come ben evidenzia Colin Ward nel suo ingegnoso lavoro di attualizzazione della visione kropotkiniana, la forza di questo classico anarchico sta nel fornirci gli strumenti teorici e pratici che ci consentono di prefigurare una società più equa e sostenibile, capace di riappropriarsi del suo futuro.

Il secondo libro pigliato è Anarchia come organizzazione di Colin Ward, un autore di cui avevo letto il libro-intervista con David Goodway e che mi era rimasta una gran voglia di approfondire il suo pensiero, che Lo sguardo anarchico dava perlopiù per scontato. Ward, influenzato anche da Kropotkin, dovrebbe sfidare l’idea che l’anarchia sia un ideale astratto inapplicabile alla realtà e sono molto curiosa di leggerlo perché quella dell’improponibilità è una delle “accuse” che più si muovono all’anarchia.

Per molti l’anarchia è un improponibile modello sociale basato sulla disorganizzazione caotica. Per altri è invece un’utopia generosa ma impraticabile. Ribaltando entrambe le interpretazioni, Ward la intende come un’efficace forma di organizzazione non gerarchica, una vivente realtà sociale che è sempre esistita e tuttora esiste nelle pieghe della prevalente società del dominio. Utilizzando un’ampia varietà di fonti, l’autore articola in modo convincente la sua tesi volutamente paradossale, con argomenti tratti dalla sociologia, dall’antropologia, dalla cibernetica, dalla psicologia industriale, ma anche da esperienze nel campo della pianificazione, del lavoro, del gioco…

Che ve ne pare? Avete letto qualcosa di Kropotkin o Ward? Siete anche voi in modalità entusiasmo per l’arrivo dell’autunno? Fatemi sapere!
Buon fine settimana!🍄


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