Buon lunedì, prodi seguaci!🌊

Spero che abbiate passato un piacevole fine settimana lungo, in buona compagnia. Tra le varie cose che ho fatto io c’è stato iniziare La foresta d’acqua di Kenzaburō Ōe, un romanzo molto particolare che mi sta intrigando molto e di cui allo stesso tempo ancora non so cosa pensare.

È notte fonda, la pioggia è cessata. La luna piena splende attraverso una crepa nelle nuvole e illumina mio padre, in piedi a poppa con indosso la sua uniforme civile. Ha la schiena dritta come un fuso, ma tiene il capo piegato in avanti. Alle sue spalle il chiaro di luna si riflette sull’enorme onda di piena che d’un tratto sopraggiunge come dal nulla, simile a una grande muraglia. Continuo ad avanzare a fatica nell’acqua torbida e increspata nel tentativo disperato di arrivare alla barca e raggiungere mio padre a bordo, ma di colpo mi fermo, distratto dalla fila di botti di “ragnorosso” che si sono staccate dalla riva e vanno alla deriva oltre la roccia sporgente. Torno indietro più veloce che posso, afferro un capo della corda e cerco di nuovo di legarlo per bene all’anello metallico fissato nel muretto di pietra, ma è troppo tardi… Neanche il tempo di finire di assicurare la cima e vedo la barca trascinata via dalla corrente furiosa, mio padre che perde l’equilibrio e finisce in acqua. Poi, un attimo dopo, scorgo Kogii in prossimità del punto in cui ho visto mio padre per l’ultima volta, prima che fosse travolto dal fiume in piena. Si tiene con sicurezza al bordo della barca e mi guarda con un’espressione vaga e indefinibile. Intanto la corrente vuole portare via anche me, è terribile, ma riesco a dare fondo a tutte le mie forze e mi tengo stretto alla corda…

Copertina di La foresta d'acqua di Kenzaburō Ōe: si vede un gruppo di alberi praticamente neri e sullo sfondo si intravede un cielo rosso

La tempesta imperversa sul fiume, ma la luna buca la coltre di nubi e illumina a giorno la figura di un uomo inghiottito dalle onde. È questo il sogno che tormenta Choko Kogito da quando suo padre è annegato, anni prima, proprio in quelle acque. Da allora, ha cercato di affidare alle pagine di un romanzo il senso di smarrimento che ancora prova, ma non ci è mai riuscito. Finché sua sorella Asa lo invita a tornare nella valle natia dello Shikoku: ad attenderlo c’è una valigia rossa che contiene alcuni documenti del padre che potrebbero aiutarlo a sciogliere i nodi del suo passato e a mettere fine a una crisi d’ispirazione durata troppo a lungo. Giunto nel luogo in cui è cresciuto, Kogito cerca di mettere ordine dentro se stesso. Nella giovane Unaiko, aspirante attrice che nasconde profonde fragilità, trova l’aiuto desiderato. I due iniziano a collaborare alla stesura di una complessa sceneggiatura teatrale, perché convinti che unendo le forze potranne dar voce a ciò che finora è stato solo silenzio. La foresta d’acqua non è solo uno splendido e toccante ritratto di un artista che si confronta con lo scorrere del tempo, ma anche un’acuta riflessione sulla forza della narrazione e dei modi in cui può ricomporre fratture emotive, personali e collettive.

2 risposte a “Citazione della settimana – “La foresta d’acqua” di Kenzaburō Ōe”

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