Buon lunedì, prodi seguaci!☀️
Oggi vi propongo una citazione da Come non scrivere di Claudio Giunta che vorrei inchiodare nei cervelli di un sacco di gente…
Perché, in contesti pubblici, in Italia si è arrivati a scrivere in questo modo assurdo? Si può distribuire la colpa tra molti colpevoli: la fede giurata per secoli a una religione che si esprimeva in una lingua inintelligibile ai più come il latino, una fede mediata da una casta di chierici abituata a essere obbedita anche senza essere compresa; il lungo prevalere, nella cultura italiana, di uno spiritualismo retorico innamorato delle astrazioni, dei filosofemi (quelli per esempio che rendono asfissiante la prosa del riformatore della scuola italiana Giovanni Gentile), e per converso il sospetto nei confronti di ogni forma di pensiero, e quindi di comunicazione, implicato con l’esperienza, la materia, le quotidiane circostanze della vita; l’idea – frutto anche di una certa deteriore cultura classica: un tema su cui dovrebbero forse riflettere più di quanto non facciano i devoti della causa del latino e del greco – l’idea che la mediazione culturale debba evocare e alludere piuttosto che argomentare, sedurre piuttosto che convincere; e di conseguenza l’idea lusinghiera di sé non come impiegati pagati dallo Stato o da chi visita un museo o compra un giornale ma come sacerdoti che officiano un rito.
Non imitateli. Se vi rivolgete a un pubblico vario e non del mestiere (museo, giornale), pensate che quelli che vi leggono sono anche quelli che vi pagano, e gli dovete rispetto. Non semplificate troppo le cose complesse, ma non complicatele neppure di proposito con un linguaggio simile a quello adoperato nei due brani che abbiamo letto. Se invece vi rivolgete a un pubblico di persone che conoscono l’argomento di cui parlate, pensate che, se non sono sciocche, scopriranno il vostro bluff. Lo dico perché mi capita abbastanza spesso di leggere compiti scritti in cui lo studente scrive in maniera inutilmente complicata perché così crede di mostrare quante cose sa, e quanto profonde.

Al lavoro: schede, memorandum, presentazioni. A scuola: temi, tesine, relazioni. Nel privato: post su Facebook, email personali, chat sul cellulare. Sarà anche l’epoca degli audiovisivi e della comunicazione in tempo reale, ma non abbiamo mai scritto tanto. E più dobbiamo scrivere, meno sembriamo capaci di farlo. Ma, mette subito in chiaro Claudio Giunta all’inizio del libro, «non s’impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s’impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere meglio di noi». E quindi? Non potendo insegnare come si scrive, Claudio Giunta prova a spiegarci come non si scrive, passando in rassegna gli errori, i tic, i vezzi, le trombonerie e le scemenze che si trovano nei testi che ogni giorno ci passano sotto gli occhi: dall’antilingua delle circolari ministeriali alle frasi fatte dei giornalisti, dal gergo esoterico degli accademici e dei politici al giovanilismo cretino della pubblicità… Ma in questo slalom tra sciatterie e castronerie Giunta trova per fortuna il modo di contraddire la sua dichiarazione iniziale, perché insegnare Come non scrivere significa anche dare delle utili indicazioni su come si scrive: per ogni cattivo esempio se ne può trovare uno buono da opporgli, per ogni vicolo cieco argomentativo c’è una via di fuga creativa, e spesso basta un punto e virgola per risolvere una frase ingarbugliata. In questo anti-manuale spregiudicato, arguto e divertente, nella tradizione di Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco ma aggiornato all’era di Google, scopriamo che per scrivere bene bisogna ripartire da un po’ di affetto per la nostra bistrattata lingua italiana, ma soprattutto bisogna tenere a mente poche regole di buon senso: se scriviamo lo facciamo perché qualcuno ci legga, capisca quel che vogliamo dire e, se possibile, non si annoi a morte. Sembra facile, no?


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