Buon lunedì, prodi follower! 🙂

In questo fine settimana funestato da una manifestazione di fondamentalisti cattolici, ho continuato a leggere il mio secondo romanzo di Umberto Eco (che si dà il caso sia anche il suo secondo romanzo), Il Pendolo di Foucault, e mi sto godendo la sua prosa e la sua ricchezza linguistica (che ammiro molto). Eccovi quindi un assaggino! 🙂

«Il fine di questa rivista», sentenziai allora, citando l’insegna della serie, perché ero un ragazzo scaltro e persuasivo, «è in fondo quello di educare in modo piacevole». Mio padre, senza alzare gli occhi dal suo giornale, disse: «Il fine del tuo giornale è il fine di tutti i giornali, e cioè di vendere più copie che si può».

Quel giorno incominciai a diventare incredulo.

Cioè, mi pentii di essere stato credulo. Mi ero fatto prendere da una passione della mente. Tale è la credulità.

Non è che l’incredulo non debba credere a nulla. Non crede a tutto.

Crede a una cosa per volta, e a una seconda solo se in qualche modo discende dalla prima. Procede in modo miope, metodico, non azzarda orizzonti. Di due cose che non stiano insieme, crederle tutte e due, e con l’idea che da qualche parte ve ne sia una terza, occulta, che le unisce, questa è la credulità.

L’incredulità non esclude la curiosità, la conforta. Diffidente delle catene di idee, delle idee amavo la polifonia. Basta non crederci, e due idee – entrambe false – possono collidere creando un buon intervallo o un diabolus in musica. Non rispettavo le idee su cui altri scommettevano la vita, ma due o tre idee che non rispettavo potevano fare melodia. O ritmo, meglio se jazz.

“… questo romanzo magico sulla magia, questo romanzo misterioso sul segreto e sulla creatività della finzione, questo romanzo tumultuoso, questo romanzo luminoso su un mondo sotterraneo…” (Jacques Le Goff, L’Espresso)
… come in un ricchissimo Alice nel paese delle meraviglie per adulti che hanno conservato le angosce dell’infanzia…” (Furio Colombo, La Stampa)
“Sono convinto che un giudizio serio su quest’opera (che è comunque straordinaria, anche a prima lettura) può essere dato sol se tien conto della continuità di una linea critico-teorica che ha continuato a maturare nell’arco di trent’anni.” (Antonio Porta, Corriere della Sera)
“Da quando ho cominciato a leggere Il pendolo di Foucault non sono più uscito di casa: ho, per così dire, sospeso la vita.” (Ferdinando Camon, Il Giorno)
“Il messaggio del suo libro, se letto – come bisogna fare – come un libro sui misteri della fine del XX secolo, potrebbe anche voler dire che la storia da lui raccontata non è ancora finita…” (Alberto Asor Rosa, la Repubblica)
“Si chiude il libro con la sensazione di aver compiuto un’esperienza necessaria… È il grande libro sul vuoto di questi anni, e lo dichiara, se appena uno sa leggere. Ed è il duro, metallico libro che insegna a vivere con questo vuoto, a diventare adulti nell’unico tempo concesso. (Severi no Cesari, Il Manifesto)
“Il pendolo è libro superiore al Nome della rosa, pur se meno organico proprio in quanto vi si incontra anche un Eco che non è più ludico ma, come dice Mondo, ‘ha messo in gioco tutto se stesso’.” (Maria Corti, L’Indice)

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